RESTITUZIONI 2002

Introduzione al catalogo
di Carlo Bertelli
Coordinatore del Comitato scientifico e curatore della mostra

La presente edizione risponde a una tradizione ormai solidamente affermata cui dette nuovo impulso Bruno Contardi, quando assecondò con entusiasmo la scelta di estendere alla Lombardia gli interventi di restauro che, in origine, erano limitati alle regioni orientali dell'Italia settentrionale.
Anche quest'anno la Lombardia è presente con opere restaurate di notevole interesse. Compaiono dipinti veneri che sono oggi nella Regione Lombardia, come il Gerolamo Dal Santo del Poldi Pezzoli, o il Martirio di sant'Afra di Brescia che, se non è, come sembra, di Paolo Caliari, ma del figlio Carletto, attribuisce a quest'ultimo una tela di grande impegno e con elementi di novità, correggendo, con il riconoscimento del vero maestro, anche il nostro giudizio. Un giorno si scriverà sui figli dei grandi capostipiti veneti, sui Bassano e i Tintoretto, su Giandomenico Tiepolo e Francesco Piranesi. Prettamente lombarda è la lunetta del Bergognone, ma le due tele di Bernardino Ferrari, un nobile pittore che né una mostra né una monografia hanno finora lanciato nella celebrità che meriterebbe, illuminano sulla congiuntura milanese dopo la caduta del Moro, quando gli sguardi sono rivolti alle grandi novità romane. Infine due dipinti di Alessandro Maganza giacevano in pessimo stato nei magazzini dell'Accademia di Brera. Uno dei due torna ora a Vicenza, dopo il restauro, dove entrambi erano un tempo, in quella Vicenza che fu così afflitta dalle spoliazioni napoleoniche. Il metodo di lavoro delle Restituzioni è noto. In riunioni comuni fra la dirczione della attività culturali di IntesaBci, le soprintendenze e le direzioni dei musei, si stabilisce un programma d'interventi di restauro che ha come punto finale l'esposizione al pubblico dei risultati raggiunti, illustrati da schede esplicative che mettono in luce le novità della ricerca. Non si restaura "per" la mostra, che sarebbe contro ogni sano criterio di conservazione, ma avendo in mente che le opere prescelte dovranno essere esposte, quindi formare un contesto logico ed essere ciascuna rappresentativa di un problema critico o di restauro.


Nello scritto che appare in questo stesso volume, Giorgio Bonsanti ricorda le categorie d'intervento disposte da Pietro Edwards nel 1778 per la conservazione e il salvataggio delle «pubbliche pitture» di Venezia. Si doveva intervenire per quelle in «estremo bisogno», al quale oggi provvedono direttamente e con opportuna tempestività le soprintendenze, quindi per quelle in «grave bisogno» e infine anche per altre ritenute «in minore bisogno», ma provviste di «quel grado di merito che potesse interessare le pubbliche provvidenze».
Il restauro più vistoso della mostra, quello delle tele del Tiepolo alla Scuola Grande dei Carmini, assomma tutte le caratteristiche indicate da Edwards. Si tratta di un'opera assai impegnativa del maestro, il quale, ormai giunto alla piena maturità, tuttavia torna a perfezionarla, almeno nel riquadro con Pazienza, Innocenza e Castità, dopo l'intervallo degli affreschi in palazzo Clerici a Milano. Ebbene, vent'anni dopo l'inaugurazione, i dipinti avevano bisogno di un consador per non andare in rovina. Ancora il «colore malfermo» richiedeva restauri nel 1896. Vennero poi i trasferimenti per pericoli bellici e relativi restauri in occasione della prima e ancora della seconda guerra mondiale; infine si pensò che il grande soffitto dipinto avrebbe avuto un lungo periodo tranquillo grazie al restauro del 1989. Quando, in una notte del 2000, la grande tela posta al centro si distaccò. Nascostamente le larve avevano divorato i bordi delle tele e attaccato la pasta dell'ultima rintelatura. Fra le competenze convocate per il restauro che ora qui si presenta vi fu anche quella dell'entomologo. Ogni scavo è seguito inevitabilmente dal restauro. Non era proponibile l'intervento simultaneo su tutti i corredi delle 181 tombe celtiche scoperte nel 1998 a Lazisetta, ma il restauro dei rari bracciali di vetro ha permesso intanto di precisare impostazioni di metodo e operative. Lo stesso si dica per i corredi di Montebelluna, con i loro bronzi corrosi dai sali e minacciati dagli sbalzi di clima e di ambiente dopo il dissotterramento. Dal territorio altinate vengono due reperti di antichità classica. Il Torso di Dioniso del I secolo d.C. era già da tempo nel museo di Aitino, ma non era mai stato liberato dalle tenaci incrostazioni che ne ricoprivano il fianco. La statua frammentaria del tipo di Demetra, trovata nel 1940, aveva assoluto bisogno che le si togliessero le pesanti incrostazioni che la ricoprivano in parte e il delicato intervento di rimozione ha richiesto il ricorso anche agli ultrasuoni.


E intanto proseguito il restauro sistematico della collezioni archeologiche storiche di Venezia, Grimani e Contarini, che s'inserisce in un programma di lunga scadenza, che comprende il restauro del palazzo Grimani, realizzato con infinita cura dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali nel corso degli ultimi anni, e dello Statuario della Libreria, cui ha concorso largamente IntesaBci.
Problemi assai diversi di restauro di marmi antichi si confrontano. Quelli provenienti da scavi relativamente recenti si presentano infatti in modo assai diverso da quelli che hanno dietro di sé una lunga storia collezionistica e che già sono stati oggetto, come nel nostro caso, di significativi restauri cinquecenteschi. Su questo tema il contributo dei restauratori veneti credo rivesta un'importanza nazionale. Troppi sono i marmi che vediamo in Italia puliti violentemente, chirurgicamente privati di completamenti antichi, e, quando siano stati esposti all'aria aperta, e quindi mutilati dalle solfatazioni, così uguagliati nelle superfici da non far più capire dove fossero le parti perdute. Un caso archeologico nuovo è presentato dai rinvenimenti nella fossa da butto dell'antico convento di Santa Chiara a Padova, ora sede della Questura. Le quattordici suppellettili di maiolica, uscite dalle botteghe di Venezia, Faenza, Pesaro e Deruta, i vetri veneziani, d'uso o di parata, oltre a rivelare alcuni manufatti di notevole interesse museale, rappresentano nel loro insieme un'inedita documentazione del livello e dello stile di vita di un monastero di clarisse a Padova fra il Quattro e il Cinquecento. Il restauro assomiglia molto allo scavo, in quanto operazione volta anche alla conoscenza e ciò richiede una solida preparazione storica della fase progettuale. La precisazione stilistica e cronologica dell'iscrizione sul Calice del Diacono Orso non ha influito sull'operazione concreta di restauro, ma ha contribuito notevolmente alla storia di questo raro cimelio. Eseguito nell'Italia gota o, meno probabilmente, dopo la riconquista bizantina, il calice dovette essere nascosto non, come un tempo si riteneva, per sottrarlo alle requisizioni napoleoniche, bensì per salvarlo dall'avidità dei conquistatori longobardi.
Aspetti della concezione di un'opera si rivelano invece nel corso dell'esame dovuto al restauro. Le minime tracce di policromia rinvenute sulla superba Madonna in trono con Bambino e offerente di Barbarano, come la lavorazione dei fianchi non rifiniti, contribuiscono alla storia di una tipologia che nel corso del Duecento si diffuse in Friuli e nel Veneto, soggetta a molte varianti, per raggiungere poi la pittura serba del XIV secolo. Chiusa in una nicchia, la Madonna di Barbarano doveva apparire più come un'icona in rilievo che come una statua.


La mostra offre in campi assai diversi occasioni di verifiche e scoperte. L'impegnativo restauro dello Stendardo Processionale Madonna col Bambino riscopre la convergenza di saperi diversissimi, dal progetto del Tiepolo e dal disegno degli ornati di Francesco Zanchi, all'esperienza dell'arazziere Antonio Dini, formatosi a Roma nell'opificio del San Michele e passato poi al servizio di Carlo Emanuele III, prima di approdare a Venezia.
Gli esempi di opere del Tesoro del Santo danno una bella dimostrazione della magnificenza che Padova e l'intero ordine francescano volevano raggiungere e imporre nel Tre-Quattrocento. La ripresa e la trasformazione del modello marciano del Reliquario di un frammento della Colonna della Flagellazione dichiarano la volontà di competere con la basilica della rivale Venezia, di fare della basilica di Sant'Antonio quasi una San Marco patavina. Nel cambiamento si avverte anche l'orientamento di Padova, più legata alla monumentalità giottesca di quanto non fosse l'elegante Venezia. Altri tesori ecclesiastici del Veneto sono stati oggetto d'intervento. Il Reliquiario della Passione, nel Museo Diocesano di Arte Sacra di Treviso, ha rivelato il bollo della zecca di Treviso, che, fra l'altro, fornisce una data certa: prima del 1339. Sempre a Treviso, un secchiello di manifattura mamelucca, siriano o egiziano della prima metà del nostro secolo XIV, ha rivelato con il restauro una brillantezza di agemine prima solo sospettata, finché le ossidazioni la nascondevano. Un oggetto molto complesso è la Capsella reliquario di San Lorenzo da Feltre. Il suo aspetto è decisamente arcaico, ma interventi successivi ne hanno fatto un oggetto composito, quasi una chiesa medievale sottoposta a successive modifiche e di cui tuttavia resta la traccia della fondazione antica. La bella pianeta del duomo di Motta di Livenza, le cui fasce ricamate erano in pessime condizioni, è stata indagata nella sua tecnica esecutiva e i ricami sono stati restaurati con l'attenzione e lo scrupolo nelle integrazioni che siamo soliti riservare al restauro pittorico. Prosegue così un programma inaugurato molti anni or sono, per volontà di Feliciano Benvenuti e portato avanti con lungimiranza, un programma che ha fatto delle edizioni di Restituzioni un forum di sperimentazioni non spericolate e dove vengono sistematicamente individuati, e ristudiati in quella specie di autopsia che è il restauro, tesori che in ogni caso avevano bisogno di «pubbliche provvidenze».





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