Il programma di questa edizione di Restituzioni, come da tradizione, è fatto di "storie" e di “quesiti”. Storie di arte, storie di restauro, storie di uomini: l'artista che ha realizzato l'opera ma anche l'archeologo che l'ha riportata alla luce, il committente che l'ha voluta, il collezionista che l'ha gelosamente conservata, il Tesoro che l'ha devotamente accolta. Un intrecciarsi di "storie" che raccontano, l'una accanto all'altra, ma più spesso l'una insieme all'altra, un pezzetto della nostra storia. Le opere restaurate sono una ottantina e ciascuna ha un proprio racconto, e a volte un piccolo mistero. Sono storie di scavi e di ritrovamenti, e di ambigui assemblaggi: la piccola, antica statua in bronzo della Diana cacciatrice, rinvenuta presso il bosco di Acquanera a Lison, a pochi chilometri da Portogruaro (ora conservata presso il Museo Nazionale Concordiese), insieme al cane e al cervo fedeli, perché è accompagnata da un'incongruente dedica a Giove Dolicheno, divinità orientale? Storie di un'antica grandezza, oggi dimenticata: venne scolpito da artigiani appositamente arrivati da Roma a rinnovare con tratti monumentali il Foro di Concordia Sagittaria, il capitello in marmo del I secolo d.C., di una fattura di raffinatezza inattesa? Di chi erano le 79 tombe romane rinvenute a Padova, in cui sono stati trovati i vetri funerari di qualità e fattura inusitati? Storie di ataviche paure: chi ha nascosto, e da quale pericolo imminente, il tesoretto di centotrenta monete d'argento, denari enriciani del XII secolo della zecca di Verona, rinvenuti chiusi in un sacchetto – di cui restano i lembi di tessuto – dentro una pentola di ceramica interrata sotto il pavimento del Battistero della Pieve di San Giovanni in Campagna di Bovolone? Storie di ricerche ancora irrisolte: di quale complesso scultoreo faceva parte il frammento in marmo greco raffigurante un Elefante che porta due guerrieri, forse databile al XIII secolo, conservato alla Galleria Franchetti alla Ca' d'Oro di Venezia ed oggi riportato alla sua completa leggibilità dall'intervento del laser? Storie di artisti di successo e di committenti esigenti: perché Romano di Cola nel 1482 volle proprio il veneziano Carlo Crivelli per eseguire le tavole del cosiddetto Trittico di Camerino, per la chiesa ed il convento di San Domenico nella cittadina marchigiana, capitale della potente ed intrigante signoria dei Da Varano? L'insieme, pur dalle dimensioni contenute, fu già allora considerato sbalorditivo: Crivelli monta una macchina rutilante e rilucente che tutt'ora, liberata dalla pesante vernice pigmentata, non cessa di stupire per la sapienza e la toccante bellezza dei particolari. Storie di desiderio di affermazione: è rispondendo alla mai sopita speranza di imporsi anche nel difficile ambiente lagunare dominato dal genio di Tiziano che Lorenzo Lotto accetta di rientrare a Venezia nel 1525, dopo il lungo soggiorno bergamasco, richiamato dalla allettante possibilità di dipingere una grande opera nella chiesa domenicana dei Santi Giovanni e Paolo, La carità di Sant'Antonino? Ma anche storie di tensione spirituale: nella medesima tela, nell'inno alla Carità è da vedersi un'eco della spiritualità e dell'umanesimo cristiano di Gasparo Contarini, impegnato nella lotta contro l'eresia di Lutero che stava prendendo piede a Venezia, e che in uno dei suoi trattati aveva sostenuto il ruolo centrale della carità e dell'assistenza ai poveri nella moralità cristiana? Storie di collezionismo: quando i due fratelli Bagatti Valsecchi, riuscirono ad aggiudicarsi per la loro fastosa dimora neorinascimentale il grande polittico con La Vergine col Bambino e i Santi Giovanni Battista, Maddalena, Margherita, Giorgio e la tavola col Redentore dipinti dal Giampietrino (Giovanni Pietro Rizzoli) nel quarto decennio del Cinquecento?
Storie di manomissioni: perchè avvenne che le tre tavole, forse di Vittore Carpaccio, originariamente formanti un trittico con I santi Giacomo Maggiore, Antonio Abate, Domenico, Lorenzo e Nicola di Bari, sono state assemblate a forza e ridotte ad un'unica tavola, oggi conservata all'Accademia Carrara di Bergamo (e in questa occasione riportata alle forme originarie)? Storie di competizioni e rivalità: è forse per dimostrare un sorta di supremazia che i confratelli della Scuola di San Teodoro chiesero alle massime maestranze orafe della città, nella Venezia di XV secolo, di realizzare l'elegante e ricca, quanto fragile e delicata, Croce di San Teodoro in cristallo di rocca e argento dorato, oggi conservata nella teca studiata da Carlo Scarpa alle Galleria dell'Accademia? Universali storie di devozione: sono le storie di Tesori nascosti. Come quello del Duomo di Napoli, dove il sentimento di intensa religiosità ha definito le forme di quella straordinaria opera di oreficeria che è il Reliquiario del sangue di San Gennaro (costituita da un nucleo trecentesco, cui si è aggregato un "tempietto" nel 1598, quindi ulteriormente rivisitato e arricchito nel 1676) o della stauroteca di San Leonzio, capolavoro di orafi normanno-palermitani del XII secolo, in lamina d'oro con ornati in filigrana, perle e gemme, con al centro un cristallo chiamato a coprire la reliquia della santa croce, opera forse donata da Ruggero II al Duomo di Napoli dopo la sua incoronazione (tra 1139 e 1154). O quello della Basilica di San Marco, scrigno che ha gelosamente preservato dalle ingiurie del tempo e della storia le icone, i candelabri, la croce processionale in argento e corallo, il secchiello di vetro porpureo, ricevuti in dono dai dogi e dalla città fin dal XIII secolo. O quello dei Musei Vaticani, presente con opere di oreficeria sacra, come la "capsella africana", un reliquiario argenteo di fine V-inizio VI secolo rinvenuto in Algeria e donato a Leone XIII nel 1888, o la serie preziosa di calici, patene e pissidi in argento dorato di primo Rinascimento, frutto del lavoro di orafi italiani - romani, toscani, umbri – ma anche germanici. Queste storie così numerose sono riemerse soprattutto a seguito e in forza degli interventi di restauro eseguiti per l'occasione. Siamo portati a pensare all'attività di restauro come al semplice arresto di un declino materiale, ma non possiamo non sottolineare che esso è soprattutto un'occasione di conoscenza: in parte per le ricerche d'archivio che devono accompagnarlo (l'«anamnesi è da tempo una condizione primaria del restauro», ha sottolineato anche Bertelli nel catalogo della passata edizione), in parte per le tecniche di indagine fisica (raggi x, riflettografia all'infrarosso, scanner, ecc.) che associano a una ridotta intrusività sull'opera l'opportunità di scoprirvi tracce altrimenti invisibili: così oggi il restauro è stata l'occasione per recuperare alla critica le tavole della predella del dipinto del Crivelli, in realtà rivelatesi di qualità altissima e del tutto omogenea al resto della pala, tanto nella temperatura emotiva quanto nella finezza di esecuzione, in gran parte condotta sulla foglia d'oro; la tela del Lotto dimostra ora, dopo il sapiente recupero, la capacità di questo grande artista di comunicare con incredibile immediatezza il linguaggio dei sentimenti e, nel contempo, di sottendere ad esso una ricchezza di temi, significati, allusioni simboliche pregnanti; in questa occasione si è potuto finalmente verificare e consolidare il magnifico supporto ligneo dei dipinti del Moretto (Alessandro Bonvicini) che compongono la pala dell'altare maggiore della chiesa di San Giovanni Evangelista a Brescia, per la prima volta staccati dalla monumentale cornice originaria in legno dorato; è ora agevole studiare e collocare cronologicamente gli elementi minuti dei corredi delle tombe longobarde, recuperati da un informe grumo di terra. E quanto riemerge non sono solo dettagli rivelatori: il restauro chiarisce le dimensioni originarie di un'opera, i supporti e le tecniche esecutive, sottolinea l'assoluta prevalenza del colore nel gusto estetico delle epoche antiche, prima dell'algida svolta canoviana, obbliga a porsi domande e a ricercare risposte, ci schiude alla conoscenza |